Negli ultimi mesi Recanati ha parlato molto di sicurezza. Di gruppi di ragazzi, di parchi da sorvegliare, di disagi notturni. Si è parlato di: emergenza, branco, baby gang.
Come associazione che fa presidio comunitario a Recanati e come gestori del Centro Giovanile della città, pensiamo sia importante condividere alcune riflessioni. Alcuni dei ragazzi di cui oggi si parla li abbiamo incrociati: magari non frequentano il Centro, ma li abbiamo avvicinati, e in qualche caso siamo riusciti a tenere un filo di comunicazione. Molti altri no. Scriviamo da lì — non dal pulpito di chi ha la soluzione, ma dal punto in cui si vede cosa non sta funzionando.
La preoccupazione è legittima. Chi in questi mesi ha chiesto più attenzione e più risposte non sta esagerando: ci sono conflitti gravi messi in campo da ragazzi che è difficile agganciare che stanno creando problemi nei quartieri. Anche nel nostro. Per questo dobbiamo lavorare insieme per affrontarli.
Anche noi siamo stati colpiti: danneggiamenti e incursioni negli spazi, aggressioni verbali e fisiche al nostro team educativo. Abbiamo dovuto rivolgerci alle forze dell’ordine, allontanare, denunciare, tutelare i beni della comunità.
Il nostro mestiere è andarli a prendere
Noi ci abbiamo provato: andare a prendere quelli che non vengono da soli. Siamo rimasti in contatto, coltivando una relazione positiva con chi che é piu ai margini. Chi prova a intercettare i ragazzi più “complicati” sa che si porta dentro anche le loro difficoltà, per lavorarci, corre dei rischi. Ma é il nostro mestiere ed é l'approccio in cui crediamo.
La prevenzione, quella vera, si fa ogni giorno e non si presta allo spettacolo: un educatore che conosce il nome dei ragazzi che dormono in strada, e che può chiamarlo invece di guardarlo da lontano; un pomeriggio in cui due bambini litigano e nessuno li punisce, ma imparano a stare dentro un conflitto senza spaccarsi la faccia - perché è lì, a otto anni, che si impara quello che a sedici si sa già fare o non si sa più fare. Un genitore che passa perché non sa più come gestire suo figlio, e trova qualcuna che lo ascolta prima che la situazione degeneri. È lento, non si vede, e il suo risultato sono gli episodi che non accadono. Che non fanno notizia.
Undici mesi fa abbiamo segnalato alle forze dell'ordine le prime aggressioni ai nostri spazi. Poco dopo abbiamo incontrato l'assessora ai Servizi Sociali Pergolesi per condividere la preoccupazione rispetto a dinamiche che si stavano costruendo. E abbiamo condiviso un approccio: provare ad agganciare quei ragazzi invece di respingerli. Ci siamo riusciti in parte, non con tutti.
Ma non ci interessa avere avuto ragione rispetto a quelle segnalazioni. Ci interessa che il prossimo segnale arrivi prima, e a un luogo capace di raccoglierlo.
Quello che vediamo cambiare
Questi episodi non arrivano dal nulla. Da qui vedono almeno quattro movimenti che il dibattito non sta nominando.
Escono meno ragazzi. Sembra un paradosso, ma la vita degli adolescenti si è spostata dentro le case e dentro gli schermi. Chi resta fuori è una minoranza, spesso quella con meno alternative: più visibile, più isolata, meno regolata dai coetanei. Una piazza piena si autoregola. Una piazza quasi vuota, no.
Ci sono meno presìdi. Non parliamo di controllo, ma di presenza adulta ordinaria: spazi sociali, luoghi di ritrovo, adulti sensibili che vivono lo spazio pubblico. Quel tessuto si sta assottigliando, e con esso la forma di attenzione più efficace che esista: qualcuna che c'è.
Le istituzioni e le famiglie. Dietro molti episodi ci sono storie familiari complicate: ogni giovane ha diritto a una famiglia che si prenda cura. Dove e come si lavora, con queste famiglie? Come si tutelano, questi figli? Il conflitto che esplode in strada è quasi sempre la coda di un conflitto cominciato altrove.
Il dialogo tra chi vede e chi decide si è diradato. Le segnalazioni partono, ma non c'è un luogo dove si depositino e diventino lettura condivisa. Restano episodi isolati, finché non se ne accumulano abbastanza da far scattare un'emergenza.
Nessuno di questi movimenti si corregge con una ronda serale.
Non è una posizione dell'ultimo minuto
Apprezziamo fortemente la convocazione di un incontro sulla sicurezza per il 22 Luglio. E riteniamo che debba diventare un tavolo di lavoro permanente sulle politiche giovanili e la convivenza urbana, promosso dal Comune e realmente partecipato. Non un incontro occasionale seguito a un fatto grave e sciolto quando l'attenzione cala, ma stabile, con periodicità dichiarata e obiettivi verificabili. Con i servizi educativi e sociali, con le scuole, con il Centro Giovanile, con i comitati di quartiere, con le parrocchie e i commercianti. Magari anche con i ragazzi: in tutto il dibattito di questi mesi non è comparsa una sola loro parola.
Noi ci siamo. Ma da soli non basta, e non è mai bastato.


